giovedì 3 settembre 2009

Antonino Infranca sulle 20 Tesis de Politica

Enrique Dussel ha anticipato l’imminente pubblicazione in una sua nuova gigantesca opera in tre volumi, la Filosofía de la Liberación, con questo volumetto, 20 Tesis de política (Siglo XXI, Messico, 2006, pp. 173), che rappresenta la sintesi dell’altra opera. Naturalmente non tutti i temi dell’opera magna potranno essere anticipati nelle 170 pagine di queste 20 Tesis, però ci sono già alcuni argomenti che meritano una riflessione più attenta. Dico subito che molti concetti gramsciani – quali “classi dominanti” e “subordinate” o “oppresse”, “società civile” e “società politica”, “egemonia”, “blocco storico” ecc.- sono entrati nel pensiero di Dussel, che d’altronde appartenendo al grande continente culturale che è l’America latina non poteva mancare di recepire in forma dinamica il pensiero di Gramsci.

Altro elemento fortemente presente è l’esperienza zapatista. Dussel dallo scoppio della rivoluzione zapatista si è avvicinato all’EZLN e al subcomandante Marcos. Adesso recepisce la novità dell’esperienza della gestione democratica dell’EZLN e la trasforma in categoria politica: il poder obedencial (potere obbedienziale o obbediente). «Colui che vuole essere autorità si faccia servitore», recita il vangelo di Marco, che Dussel cita. In effetti la politica moderna esordisce anche con il motto del despota illuminato che si autodefinisce “servitore dello Stato”. In generale il pensiero politico di Dussel dà l’impressione di un ritorno al fondamento della moderna politica, cioè di un nuovo inizio della politica, di una nuova teoria politica che per affrontare le contraddizioni della globalizzazione sente l’esigenza di risalire alle radici della modernità e anche oltre queste stesse. Infatti Dussel ricorda che nella preistoria la divisione del lavoro era un momento necessario per la caccia, ma era una divisione del lavoro che teneva conto delle capacità di ciascuno e in cui ciascuno partecipava sia al momento preparatorio che alla divisione della preda (cfr. p. 116). Le organizzazioni democratiche di oggi devono tornare a questo spirito partecipativo, paritetico nei diritti, differenziato nelle capacità. Infatti Dussel parla di una partecipazione “simmetrica” di tutti coloro che sono interessati all’azione politica anche i dominati o gli esclusi.

Dussel, nella sua rifondazione della politica, insiste sulla definizione di “potere”: «Il potere è una facoltà, una capacità, che si ha o non si ha, ma che mai si prende… Se la potentia è il potere in-sé, la potestas è il potere per-sé … Il processo di passaggio da un momento fondamentale (potentia) alla sua costituzione come potere organizzato (potestas), comincia quando la comunità politica afferma sé stessa come potere istituente” (pp. 29-30). La potentia è il potere che spetta naturalmente a qualsiasi comunità politica, ma tale potentia deve costituirsi in potestas per potere essere concreta, pratica, effettiva. E la politica è proprio l’uso di questa potestas. Si direbbe che non c’è nulla di nuovo, ma la chiarificazione di Dussel fa fuori di un colpo tutte le teorie assembleariste o neoanarchiche che volevano “cambiare il mondo senza prendere il potere”, per dirla alla Holloway. Per cambiare il mondo è necessario prendere il potere con tutti i suoi strumenti, lo Stato, il controllo dell’economia e la produzione spirituale, e a principio di tutto ciò il consenso dei membri della comunità politica. Ecco che a partire dall’esperienza zapatista e poi delle altre esperienze che vengono dal continente latinoamericano, Dussel comincia a intravedere la possibilità di una nuova teoria politica. Lula in Brasile, Chavez in Venezuela, Kirchner in Argentina, Morales in Bolivia danno a Dussel l’impressione che si stia configurando una nuova concezione della politica, una politica che venga dal basso, dall’ascolto. Obbedire è “ascoltare chi si ha di fronte”, cioè «la prima posizione soggettiva che deve possedere il rappresentante, il governante» (p. 36). Di contro a questa concezione del potere è il potere feticizzato, di chi fa sentire la propria autorità e non ascolta le esigenze dell’altro. Dussel non manca di citare il caso Berlusconi, come caso emblematico di un politico che detta le condizioni della politica e non interpreta le voci dal basso in netta contrapposizione alle esperienze politiche latinoamericane

Fine della politica di liberazione è l’antico, ma sempre valido, bene comune. Politica è condurre al bene comune le attività di un sistema concreto dell’economia. Ancora un ritorno ai fondamenti della politica moderna: il machiavelliano “bene comune”, che Dussel cita. Ma c’è una grossa differenza tra il generico machiavelliano “bene comune” e il “bene comune” dusseliano della politica della liberazione. Adesso si fissano i principi primi di una definizione del bene comune: «Dobbiamo operare sempre affinché ogni norma o massima di ogni azione, di ogni organizzazione o di ogni istituzione (…), di ogni esercizio delegato del potere obbendenziale, abbiano sempre come scopo la produzione, il mantenimento e l’aumento della vita immediata dei cittadini della comunità politica e, in ultimo termine, di tutta l’umanità» (p. 74). Siamo di fronte alla fondazione degli imperativi categorici della politica della liberazione. Imperativi che riescono a coordinare l’azione politica e la vita immediata dei cittadini, connessione che allo stesso Kant non era riuscita in formula così chiara. Abbiamo anche delineati i limiti dell’azione non solo del singolo attore politico, ma anche delle istituzioni e delle organizzazioni che riuniscono più attori politici. Non è più il singolo politico il riferimento del controllo politico da parte dei cittadini, ma anche l’intera macchina della politica, cioè lo Stato e tutti i suoi apparati.

La democrazia diventa, allora, un momento necessario della soggettività del politico, senza democrazia,cioè ricerca ed espressione libera del consenso dei membri della comunità del politico, viene a mancare il fondamento stesso della politica della liberazione, perché è dalla libera espressione delle esigenze dei membri della comunità che sorge l’azione politica “obbediente” di colui che ha l’autorità politica.

Antonino Infranca

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