giovedì 10 dicembre 2009

20 Tesi di politica in "Critica marxista"

La recensione di Lelio Porta pubblicata nell'ultimo numero di Critica marxista, n. 5, settembre/ottobre 2009, Dedalo, Bari.


La politica per Dussel
La filosofia politica non è separabile dalla filosofia in quanto tale, eppure di questa costituisce un aspetto particolare in quanto affronta tematiche legate alla vita degli uomini in società. Diverse sono le definizioni della filosofia politica: può essere descrizione dell’ottimo Stato e del suo fondamento, oppure della struttura di potere di un governo e della sua cultura politica. Oppure la filosofia politica può porsi la questione se debba esistere uno Stato qualsiasi, oppure può adoperarsi nella comprensione e nella formulazione di un giudizio sulle teorie politiche opposte, oppure può esprimere un giudizio sui regimi politici avendo come obiettivo la valutazione dei meriti propri di ciascuno di essi. Poi, al tirar delle somme, il cuore della filosofia politica è la domanda sull’obbligo politico, ossia sul perché uomini facenti parte di una società debbano obbedire al potere politico, cosa lo giustifichi, in che modo lo Stato lo eserciti e attraverso quali leggi. E, in ultimo, come si può conciliare la libertà politica con l’obbligo politico? Il più noto filosofo latinoamericano, Enrique Dussel, affronta queste questioni in un lavoro suggestivo e al tempo stesso denso e complesso: 20 tesi di politica. Per comprendere e partecipare (Trieste, Asterios Editore, 2009, pp. 187), introdotto e tradotto da Antonino Infranca. Avendo come oggetto la situazione politica dell’America latina, e in specie quella delle nuove democrazie, ossia i paesi di Chavez e Morales, il lavoro affronta questioni teoriche e questioni pratiche che, tutto sommato, potrebbero essere ricondotte all’universalità del problema della democrazia e della sua salvaguardia anche nelle zone più sviluppate del mondo capitalistico. Mi sembra che il punto di avvio della riflessione debba essere rinvenuto nella presa d’atto del doppio fallimento, da un lato, del capitalismo e, dall’altro, del socialismo reale. Dussel non si arrende di fronte alla possibilità che l’unica soluzione sia la forma selvaggia che il neocapitalismo ha assunto nel mondo globalizzato e suggerisce la ricerca di una terza via. Di questa terza via vengono indicate le basi concettuali nella prima parte del lavoro. Qui Dussel discute, nel senso che sottopone a critica, il concetto di delega che è tipico delle democrazie occidentali e che proviene dalla tradizione liberale. Il filosofo parla di delega come «potere obbedienziale» (Infranca spiega che l’aggettivo è un neologismo che unico può rendere nella nostra lingua ciò che Dussel intende). La comunità, il popolo (si badi, non la classe) ha un potere definito «potentia»; l’esercizio di questo potere è delegato alla «potestas», ossia alle istituzioni le quali, il più delle volte, trasformano tale delega in un feticcio (il feticcio del potere che trasforma ciò che è vivo in ciò che è morto), in una sorta di idolo non più al servizio del popolo e della sua volontà,ma al servizio degli interessi personali del delegato.
Per evitare che questo accada, il filosofo introduce il concetto di «potere obbedienziale», ossia, riprendendo la lezione del Chiapas, «coloro che comandano devono comandare obbedendo». L’obbedienza di chi esercita il potere sta nel fatto che il governante deve ascoltare colui che ha davanti.
La proposta è certamente suggestiva e costituisce una novità nell’ambito della filosofia politica tradizionale, anche perché frutto della riflessione di un intellettuale che vive la sua realtà, la realtà degli oppressi sudamericani e di un continente nuovamente sottoposto alle violenze del capitalismo selvaggio e liberista, con passione e con partecipazione intense. Insomma, una nuova forma di democrazia diretta che si coniughi in qualche modo con la democrazia rappresentativa ma che sfugga alle trappole della cristallizzazione in forme del potere burocratizzate e, perciò, in odore di totalitarismo, seppure in senso lato. Lo stesso Dussel, però, fa nascere un dubbio quando, soprattutto nella seconda parte del suo lavoro, la parte operativa, ossia quella nella quale la politica diventa prassi, usa con una certa continuità la seguente espressione: «logicamente pensabile, empiricamente impossibile». Insomma, una prospettiva utopistica, o almeno una prospettiva nella quale l’utopia ha un ruolo di primaria importanza. Si può pensare una soluzione della questione dell’obbligo politico nei termini del «potere obbedienziale», ma lo stesso Dussel fa presente che l’applicabilità è difficile. Seppure il filosofo non faccia menzione del perché, sembra di poter rispondere dicendo che tutto va ricondotto alla natura umana; la risposta è quindi in quel libro che non dovrebbe mai essere trascurato (e Dussel, infatti, lo cita continuamente), e che è Il Principe di Machiavelli. Lì dove, come aveva acutamente notato il nostro Gramsci (molto citato da Dussel), non si indica soltanto il modo per conquistare il potere e mantenerlo, ma soprattutto si insegna a chi non sa, ossia al popolo, come si conquista il potere, quale sia il prezzo di tale conquista in termini di sangue e di vite umane: per evitare che le strade siano continuamente lastricate di sangue, Dussel propone il «potere obbedienziale»: Hic Rhodus, hic salta!

Lelio La Porta